Giovedì 8 dicembre dalle ore 10 alle 13 gli artigiani che lavorano le erbe palustri fanno riscoprire le antiche tradizioni di Modena e dialogano con la famiglia Pavironica.

Giovedì 8 dicembre dalle 10 alle 13 sarà possibile incontrare Mirco Pederzini, l’unico ed ultimo artigiano che raccoglie e lavora la paviera o typha, erba palustre che cresce spontanea nelle campagne della provincia di Modena, per imparare a realizzare borse e magnifici cappelli, di varie fogge, come per secoli si è fatto nel modenese, in particolare nella “bassa”.

Insieme a lui, la famiglia Pavironica al gran completo visiterà il mercato per l’ormai tradizionale scambio di auguri.

Nel nostro paese questo particolare tipo di artigianato è sempre esistito, anche se ha avuto la sua massima diffusione negli anni precedenti, durante e dopo la seconda guerra mondiale fino agli anni Sessanta quando è iniziato un lento ma inesorabile declino che ne ha portato alla quasi totale scomparsa. Le erbe palustri impiegate appartengono principalmente a tre generi: Typha, Carex e Juncus ed erano usate per la produzione di borse, cesti, per impagliare sedie e fiaschi di vino, per cappelli, stuoie, scatole per confezioni di generi alimentari. Due sono le specie del genere Typha utilizzate prevalentemente nel nostro paese: Typha angustifolia chiamata “Paviera” e Typha latifolia chiamata comunemente  “Paviras”. Durante la Seconda Guerra Mondiale e negli anni immediatamente successivi la lavorazione della paviera era dopo l’agricoltura il principale reddito di moltissime famiglie ravarinesi, erano quasi 700 i lavoratori impiegati: si produceva di tutto, dalla sporta per la spesa alla borsetta elegante, dai cappelli alle stuoie, dalle scatole per confezioni alimentari ai cesti per la frutta, produzione che alimentava un florido mercato interno e veniva addirittura esportato in paesi stranieri. Era un lavoro principalmente effettuato dalle donne. Nelle lunghe serate invernali si ritrovavano nelle stalle per lavorare, e stare in compagnia: le ragazze imparavano il mestiere dalle più anziane divertendosi.

Gli uomini che lavoravano come “cameranti”, operai agricoli ad ore, ed i contadini della fascia dei terreni paludosi e vallivi comprese nell’area fra Secchia e Panaro d’inverno avevano tempo da dedicare all’intreccio di sporte, ceste, stuoie e gabbie per pollame. Come spazio di lavoro si usavano le stalle, dove si poteva lavorare al caldo.

Negli anni Sessanta quando l’industrializzazione diffusa promette più facili guadagni e nessuno più vuole intraprendere il mestiere di “sportaia”. L’avvento delle materie plastiche rendono del tutto antieconomica la produzione di tanti piccoli oggetti in paviera. Restano, man mano soltanto le donne più anziane e la poca produzione residua non permette più un’adeguata commercializzazione: alla fine degli anni Ottanta ci si limita alla sola produzione di borsette da boutique per poi cessare definitivamente anche quella.

Dalla fine degli anni Novanta un gruppo di Ravarinesi sta soffiando sulle ceneri dei ricordi per far riprendere un po’ di vigore a questa arte, per non farla scomparire definitivamente. Grazie alla memoria e all’esperienza delle mani di esperte artigiane, che hanno passato una vita a intrecciare foglie di tifa, si cerca di trasmettere ai giovani questa tradizione.